La vera vita degli artigiani-resturatori e le tecniche di restauro antiche: un patrimonio da mantenere e rivalutare.

Il numero 100 della rivista Kermes, rilanciata dal nuovo editore Lexis srl, pubblica, tra gli altri, questo mio articolo sugli artigiani. L’articolo è il risultato della preziosa volontà dell’editore di dare voce a questa importantissima categoria.

Ricordo una poesia sul sussidiario delle elementari in cui c’era un disegno delle mani sporche di un artigiano che non aveva che quelle, da offrire al Signore, alla sua morte. Mi colpì per sempre, rimanendo un riferimento che ancora mi sembra possa avere un suo senso, anche se oggi, sempre più spesso, gli artigiani sono in “camice bianco” e usano le sofisticate nuove tecnologie…si parla di “artigiani 4.0”.
L’amore per l’arte e la bellezza mi hanno condotta nel mondo del restauro dove ho incontrato gli artigiani coi quali lavoro tuttora. La mia è un’esperienza sul campo, a diretto contatto con loro, che rappresentano una grande parte della tradizione manifatturiera nazionale.

Abbiamo lavorato su beni meravigliosi, ho conosciuto uomini e donne pieni di passione di dedizione e di cultura, che facevano e fanno ancora fatica ad arrivare a fine mese. Ho conosciuto restauratori bravissimi, una doratrice eccezionale che rimase senza lavoro perché non bene inserita politicamente.
Sono vaccinata, ho imparato come va il mondo, ma credo che ogni singolo appassionato crei un popolo consapevole, quindi farò la mia parte per quanto posso.

Nel nostro paese, l’artigiano nel restauro è una figura storicamente importante, che occorre valorizzare. E’ una figura che ci rende, ancora oggi, conosciuti  in tutto il mondo per la capacità di ridare vita ai grandi artisti e architetti del passato. Una figura che viene richiesta dai grandi magnati in tutto il mondo per la sua capacità di lavorare i materiali naturali coi quali riprodurre le grandi lavorazioni del passato. Il marmista con cui collaboro a Torino ha costruito i bagni di Vladimir Putin alla maniera degli antichi romani: questa capacità unica come la chiamiamo?

Chi è l’artigiano del restauro?
Ecco il primo grande scoglio, anzi una vera e propria diga nel settore.
Restauratore, artigiano del restauro, artigiano. Quali le differenze? Come valutare?

Il tema apre le porte ad un dibattito più politico che tecnico che lascio ad altre sedi, ma ne sono consapevole. Posso solo testimoniare cosa succede in realtà, nella quotidianità delle cartelle da pagare, dei committenti che non pagano o pagano a lungo termine, della difficoltà di essere compresi dagli architetti, della difficoltà di prendere un ragazzo che abbia voglia di imparare perché “ti costa troppo”, cassa edile contributi ecc. (anche se è stato re-introdotto il contratto di apprendistato che permette di assumere un ragazzo dai 15 ai 25 anni ma finalizzato all’ottenimento di un diploma. D.lgs. 81/2015 ).
Quanti artigiani eccelsi ho incontrato che hanno dovuto chiudere bottega perché non hanno trovato nessuno a cui tramandare il loro sapere, e non certo perché “i giovani non hanno più voglia di lavorare”. Loro stessi, avendo imparato il mestiere a 15 anni “a bottega” e a suon di scappellotti, sono diventati i migliori. Siamo responsabili di questa perdita di cultura che non potremo mai più recuperare. Gli artigiani soffrono, tutti, indistintamente, non ve lo diranno mai: sono orgogliosi, amano il loro lavoro più della loro vita, non lo cambierebbero mai.

In Italia, in particolare, abbiamo la possibilità di mettere mano sui più importanti manufatti e beni architettonici esistenti al mondo, dunque di perfezionare le lavorazioni e l’uso dei materiali come in nessun altro paese al mondo. Ho visto recuperare ricette e lavorazioni durante il restauro. Il vero artigiano restauratore “entra in simbiosi” con l’opera sulla quale interviene e si immerge in un profondo contatto artistico storico-analitico ed esecutivo non solo col manufatto, ma con chi lo ha costruito Durante l’analisi dell’opera e della sua storia, riesce a rilevare e ricostruire e quindi a rivivere i vari passaggi eseguiti e i materiali impiegati in fase di esecuzione, ed ecco che ri-conosce l’opera e la valorizza col restauro per riportarla al suo antico splendore. E non è solo  questione di tecnica, è anche questione di anima.

Per alcuni, in assoluta buona fede, gli artigiani del restauro sono solo coloro che sono usciti dagli intensi anni di studio all’Istituto Centrale per il Restauro di Roma o all’Opificio delle Pietre Dure a Firenze o dalle altre scuole istituzionali e di eccellenza e come tali riconosciute dal Ministero.
Per gli altri, al di là della diga, il campo si allarga a tutti coloro che hanno imparato a bottega da un vecchio artigiano con anni di passione, di dedizione e di duro lavoro.

Dunque, forse, l’artigiano per il restauro non è solo quello che interviene sulla Battaglia di Anghiari (1.) e che applica diligentemente e con maestria ricette e tecniche imparate dai professori durante gli anni di studio, forse, è anche colui che ha imparato dal vecchio maestro di bottega le percentuali tramandate e usate da Michelangelo per ottenere il celeste della Cappella Sistina dal blu di lapislazzuli, e forse ha lo stesso diritto di essere considerato tale.

Ho incontrato alcuni giovani appassionati che, invece di fare l’Università, hanno scelto di andare dal vecchio fabbro del paese che gli ha insegnato come battere il ferro per fare i passanti alle inferriate o dal vecchio falegname che gli ha insegnato come tornire alla maniera di Henry Thomas Peters. (2.) Senza guadagnare nulla e, a volte, senza essere in regola, almeno per i primi tempi.

Oltre alle maestrie dei capi-mastri e dei maestri artigiani-restauratori, abbiamo un’infinità di materiale cartaceo e documentazione delle antiche lavorazioni nelle biblioteche private di famiglie storiche,  negli archivi storici e nei caveau dei musei, un patrimonio inestimabile e unico tutto ancora da valorizzare. Abbiamo i magazzini e le biblioteche pieni oltre che di opere, anche di documentazione preziosissima di libri di cantiere delle grandi opere del passato o delle grandi botteghe di pittori e artigiani. (Vedi “Archivio di Stato di Venezia” (3.) nei quali corridoi si trovano migliaia di scritti ancora da scoprire e oggi ancora a rischio umidità).

Molti maestri-artigiani sono ancora vivi e molti per fortuna hanno già potuto trasmettere e insegnare per tramandare ai posteri le loro conoscenze ed esperienze.
I segreti dell’imbalsamazione e pietrificazione egizia ci sono stati tramandati fino ad ora attraverso la tradizione orale. La letteratura scrive che Segato (4.) se li sia portati nella tomba ma non è del tutto vero. Sono segreti che vengono tramandati verbalmente e custoditi gelosamente e  non si trovano sui libri. In una società della comunicazione, la tradizione orale è ancora fortissima e importante in questo settore. Per fortuna, le pazienti ricerche degli studiosi e la tecnologia informatica, stanno aiutando moltissimo a dare forza e visibilità a tutta una serie di informazioni che sarebbero rimaste altrimenti al buio.

Oltre alle capacità degli uomini, anche il materiale che viene impiegato è elemento preponderante nel riconoscimento della qualità del lavoro di un artigiano restauratore, ed elemento responsabile del cambiamento nelle tecnologie di restauro utilizzate negli ultimi 60-70 anni.
Dal dopoguerra, con i nuovi materiali di origine sintetica, il settore cambia definitivamente e oggi ci troviamo di fronte ad un recupero storico delle “ricette” da restauro originarie, difficile, ma possibile.

I materiali di derivazione dal petrolio, sono già pronti e sono molto più facilmente reperibili dei materiali naturali. Non serve particolare maestria nel loro uso. Utilizzando i materiali sintetici un restauro o un risanamento dà buoni risultati apparenti ma non dura nel tempo quanto dura un restauro con materiali naturali. Vedremo negli anni a venire, importanti opere d’arte ammalorarsi nonostante un prezioso e costoso restauro. Così come vediamo importanti opere moderne, in fase di decadimento perché il cemento si sgretola lentamente.

Vi è mai capitato di vedere un affresco, un dipinto o un coro ligneo appena restaurato e trovarlo assai meno bello di prima? O di vedere nei dipinti murali dei colori così accesi e piatti che era impossibile li avessero pensati così nel 1300 o nel 1500 e soprattutto impossibile ottenerli così con il rosso d’uovo o con il cinabro. Anche chi non è addetto al mestiere lo sa riconoscere.

Questo effetto viene dato dai polimeri, macromolecole di forma tonda che non rifrangono la luce, presenti nei materiali sintetici. Non sono un’esperta restauratrice, ma ho lavorato gomito a gomito con importanti restauratori che non usano i materiali naturali perché “sono difficili” e perché contravvengono alla regola che il restauro debba essere non definitivo. Vengono usati prodotti sintetici per la pulizia e non solo, anche per la preparazione dei colori. Tale consuetudine contravviene alla logica: questi materiali non esistevano quando i beni sono stati creati e costruiti. E’un tema che crea, da anni, appassionate discussioni.

Un esempio semplice: fino a 5 anni fa esistevano una miriade di cere da restauro naturali e quando un restauratore artigiano andava a comprare una cera, gli veniva chiesto quale e per che cosa. Oggi ce ne sono solo più 4 o 5. Ciascuna aveva un suo uso ben specifico di cui pochissimi oggi sono ancora a conoscenza.
Il settore del restauro è stato rivoluzionato a livello internazionale dopo l’alluvione di Firenze nel 1966, quando ci si è trovati impotenti di fronte a quantità inimmaginabile di limo e fango sulle opere d’arte e sugli edifici, quando Dino Dini (6.) introdusse, tra gli altri, l’uso del carbonato e bicarbonato di ammonio per la pulizia che allora ne rese possibile il salvataggio. Tale tecnica è ancora in uso. Forse sarebbe giunto il momento di rivederne l’impiego, che ad avviso di tanti, continua la sua opera di assorbimento degli olii e cere e materiali naturali, ben oltre la fine dei lavori con il rischio di seccare la superficie.

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Oggi si cercano materiali naturali nel bio-restauro. La regina dei materiali naturali di cui si è perso l’uso e la maestria, è la calce. Ora tornata in auge perché “…parole come “Sostenibilità ambientale” e “Conservazione del Patrimonio Culturale” diventano temi centrali delle agende economiche e politiche dei paesi più sviluppati: la calce si presenta come una delle possibili soluzioni a questi problemi.” “di Andrea Rattazzi presidente del Forum Calce) (5.). Purtroppo nel mercato sono stati immessi una gran quantità di prodotti bio, che proprio bio non sono. Difficile orientarsi anche per chi è del mestiere. Li chiamano i Bio-Furbi, il 90% dei prodotti a calce non sono calce, ne troviamo solo una bassa percentuale nella

La calce fa traspirare le pareti e dura nel tempo, non crepa, una logica commerciale poco redditizia. Eppure, tanti muratori e committenti sono ancora disorientati, spesso alla ricerca della calce vera senza trovarla. In Italia abbiamo poco più di una decina di fornaci, meravigliosi siti spesso a conduzione famigliare, che faticano a sopravvivere: sono anch’esse un tesoro preziosissimo che bisognerebbe supportare.
La calce è difficile, occorre avere esperienza, non basta acquistarne un sacco e stenderla. Ci sono i tempi di miscelazione, gli spessori, i tempi di asciugatura, ogni muro è diverso non si può omologarne la lavorazione. Nonostante sia stata utilizzata da migliaia di anni in tutto il globo, ne abbiamo perso la maestria.

I beni culturali architettonici privati e non, dovrebbero essere obbligatoriamente risanati con intonaci e tinte a calce ma non è così, preferisco non addentrarmi nelle ragioni politiche ed economiche per le quali non è così.

L’artigiano restauratore dunque, si trova in un meandro di certezze e confusioni tra le quali oggi è difficile districarsi. Ha bisogno di aiuto, ma di un aiuto serio e concreto.
Un suggerimento, potrebbe essere costituire una gerarchia sia delle squadre di intervento che al loro interno e formare un “Ordine degli Artigiani” suddivisi per categorie, dove i membri fossero selezionati da una commissione idonea di esperti professori, restauratori e artigiani del restauro per poter valutare anche gli artigiani che non siano usciti dai grandi Istituti. E forse anche dare le linee guida da seguire, per chi volesse specializzarsi ed entrare a farne parte. L’ Ordine potrebbe diventare anche un riferimento per i preziari che variano di regione in regione e non sono definiti a livello nazionale.

Oggi la parola “artigiano” è inflazionata così come la parola BIO o la parola GREEN, ma la realtà è tutta un’altra. Abbiamo tanto da fare, gli artigiani vanno aiutati moltissimo. Sono un bacino di storia, cultura, passione e amore per il bello in tutto il mondo, non solo in Italia dove sappiamo di avere un’altissima percentuale delle opere artistiche e culturali al mondo, ma in ogni angolo del globo. E sono soli, molto soli. Si fanno forza tra di loro quando si incontrano e si riconoscono. Perché senza bisogno di parlare sanno cosa devono affrontare ogni giorno senza bisogno di dirselo. Allora prendono un po’ di forza l’uno dall’altro per andare avanti ancora qualche mese aspettando che da lassù qualcosa cambi e ci si accorga seriamente di loro.

I numeri per agire ci sono.
PricewaterhouseCoopers ha presentato il rapporto “Il valore dell’arte: una prospettiva economico – finanziaria” da cui si evince un forte gap competitivo del ritorno economico del patrimonio artistico- culturale italiano rispetto agli altri paesi ed una scarsa capacità da parte del sistema Italia di sviluppare il potenziale del nostro paese. L’analisi è stata illustrata nell’ambito di un convegno organizzato da PwC in cui erano presenti rappresentanti istituzionali e privati.
L’Italia, si legge nel rapporto, possiede il più ampio patrimonio culturale a livello mondiale con oltre 3.400 musei, circa 2.100 aree e parchi archeologici e 43 siti Unesco. Nonostante questo dato di assoluto primato a livello mondiale, il RAC, un indice che analizza il ritorno economico degli asset culturali sui siti Unesco, mostra come gli Stati Uniti, con la metà dei siti rispetto all’Italia, hanno un ritorno commerciale pari a 16 volte quello italiano. Il ritorno degli asset culturali della Francia e del Regno unito è tra 4 e 7 volte quello italiano. A fronte della ricchezza del patrimonio culturale italiano, rispetto alle realtà estere esaminate, emergono enormi potenzialità di crescita non ancora valorizzate.
Gli artigiani sono legati al nostro Patrimonio e ne fanno parte, abbiamo tutto per poter dare valore al nostro futuro. Perché in Italia, prima di vendere tutto ai cinesi, non ci rimarrà niente altro.

“Chi lavora con le mani è un lavoratore. Chi lavora con le sue mani e la sua testa è un artigiano. Chi lavora con le sue mani e la sua testa ed il suo cuore è un artista”. San Francesco.

NOTE:
1. “lLa Battaglia di Anghiari”. Copia di Rubens dell’opera perduta di Leonardo. 29 giugno 1603.
2. Henry Thomas Peters. Un ebanista inglese a Genova. Ediz. Illustrata di Antonella Rathschüler edito da Il Canneto, 2014
3. Archivio di Stato di Venezia. Campo dei Frari.

4. Girolamo Segato: Sospirolo, 13 giugno 1792 – Firenze, 3 febbraio 1836) è stato un cartografo, naturalista ed egittologo italiano.

5. Il Forum Calce è nato nel 2007 a Bologna per dare chiarezza sui materiali presenti sul mercato per intonaci, marmorini e tinte a calce e per promuoverne l’uso e l’informazione.

https://www.kermes-restauro.it/prodotto/kermes-n100/

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